26.6.11

Innovazione nelle scuole

Fabrizio Garlaschelli (La Provincia Pavese, giugno2011)

Alcuni genitori pavesi protestano per l'introduzione del Wi-Fi in un edificio scolastico in via di ristrutturazione, non ritengono importante avere Internet a scuola e preferirebbero un'ora di gioco in più a un'ora davanti al computer.
Hanno paura delle onde elettromagnetiche.
Sono francamente stupito di queste strane prese di posizione. Solo qualche anno fa si chiedeva a gran voce esattamente il contrario.
Per carità più movimento e meno reclusione nelle classi mi trova assolutamente d'accordo. Anche per questo era nato il tempo pieno, prima svuotato di significato dagli insegnanti che non lo hanno mai davvero condiviso e poi delle ministre che l'hanno distrutto nei fatti.
Ma il web e l'alta velocità in rete sono altra cosa e il vero problema sono i docenti che non l'usano affatto o l'usano male (e dunque c'è ben poco di cui preoccuparsi in termini di esposizione ai campi elettromagnetici a scuola a meno che non ci siano i ripetitori di Radio Maria fuori dalla finestra).
La questione delle onde, tornata in auge proprio in queste ore, è endemica e controversa. Più che altro sembra legata all'uso smodato dei cellulari - almeno per quanto rilevato dai 31 scienziati riuniti a Lione della commissione Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca contro i tumori) che se ne occupa.
Considerando che negli ambienti di lavoro, in università e ormai un po' dappertutto, abitazioni private comprese, il Wi-Fi c'è da tempo, dovrebbero esserci più evidenze di quelle rilevate e in tal caso le preoccupazioni non riguarderebbero tanto gli alunni quanto intere categorie di lavoratori ben più esposti.
Tuttavia, per il principio di precauzione, già parecchi anni fa alcune scuole scelsero la via del cablaggio delle classi per i collegamenti ad Internet (a Pavia è cablato tutto il IV Circolo, ad esempio).
Non è mia intenzione sminuire i pericoli. Inquinamenti di ogni tipo sono ovunque intorno a noi e tenere alta la guardia è un diritto oltre che un dovere. Per questo personalmente mi auguro che il 12 e 13 giugno si vada a votare sì contro la reintroduzione del nucleare, visto che la Cassazione non ha bloccato il referendum nonostante le furbizie governative per farlo saltare.
Con una certa dose di veleno inviterei anche i genitori ad evitare di intasare gli ingressi e le uscite degli alunni dalle scuole con i gas di scarico degli automobiloni con i quali depositano e prelevano i loro figli. Forse, alla fine, sono più dannosi e di cattivo esempio questi del poco wireless che "respirano" in classe.
Ho un ultimo rilievo da fare ai genitori circa le fonti dalle quali si attingono e rilanciano le informazioni.
Infatti le notizie relative alla pericolosità delle onde rimandano ad un sito, "La scienza marcia e la menzogna globale" da prendere con le molle per il carattere complottistico e un po' esoterico che lo contraddistingue. In un post dove si parla di queste onde elettromagnetiche, senza mai citare alcun dato, si finisce sproloquiando "di antenne per il controllo mentale che sembra operino in sinergia con le scie chimiche ed i nanosensori da essi diffusi". Bufale insomma.

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4.3.09

Insegnanti in trincea. Senza futuro. Scuola che naviga a vista

La Provincia Pavese, mercoledì 4 marzo 2009

Qualche giorno fa centosessanta persone si sono ritrovate nell'aula magna dell'università di Pavia ad ascoltare Franco Frabboni, noto pedagogista. Inevitabilmente mi sono ritrovato d'accordo sull'excursus di quarant'anni di buone pratiche pedagogico-didattiche e sugli impietosi attacchi all'attuale politica scolastica governativa. Eppure una certa fiducia nella capacità della scuola a superare, nonostante tutto, anche questa bufera mi lascia perplesso.
Intanto non è così vero che l'istituzione scolastica sia stata, sia e sarà migliore della società che l'esprime. A scuola le «buone pratiche» hanno sempre convissuto con le mediocri e le pessime. Se a un certo punto anche la pedagogia ufficiale si è attestata su posizioni «avanzate» condividendo con la didattica e la psicologia la centralità della persona in un contesto educazionale ricco di stimoli, ciò non significa che questa tendenza (né di destra, né di sinistra, si badi bene) abbia permeato di sé tutta la pratica educativa.
L'assegnare all'istruzione solo una parte strumentale all'interno del più vasto e complesso processo formativo, è stato vanto di molti docenti, in particolare nella scuola primaria, ma non di tutti e forse neppure della maggioranza. Molti hanno perseverato nel «tenere fuori dall'aula» l'alunno con tutti i suoi bisogni continuando a riempirne la testa con nozioni esauste, spesso obsolete, e frustrandosi sempre più man mano che s'imponeva la necessità di un nuovo modo di procedere. Il tempo pieno e la distribuzione delle competenze educative in équipe d'insegnanti paritetici è stato di grande, reciproco aiuto.
Ora si va in controtendenza. Nonostante le proteste e le manifestazioni che hanno coinvolto un vasto fronte di studenti insegnanti e genitori, cifre pubblicate su La Repubblica dicono che «nelle superiori il 72% degli studenti non ha tutte sufficienze e quasi 35mila ragazzi non hanno avuto la sufficienza per il comportamento». Ciò significa non soltanto una passiva accettazione dei docenti del ritorno al passato, ma un uso attivo di strumenti la cui efficacia didattico-pedagogica è stata smentita dalla stragrande maggioranza degli studiosi in materia.
È ben vero che nelle iscrizioni alle elementari l'80% sceglie le 30 o 40 ore bocciando così il vecchio maestro unico delle 24 ore, ma non so fino a che punto questa sia una scelta pedagogicamente consapevole e non risponda piuttosto alla necessità di avere un luogo fisico accudito dove lasciare il più a lungo possibile i figli in questa fascia d'età. Inoltre nessuno sa come si potrà far fronte a queste richieste nel totale marasma di indicazioni e controindicazioni. Si naviga a vista e quella che sarà la scuola primaria dei prossimi anni è un mistero anche per chi vi opera giornalmente.
La sensazione a pelle è che la situazione peggiorerà vistosamente non potendo fare affidamento all'infinito sulla disponibilità degli insegnanti a coprire le falle sempre più larghe aperte dalla insufficienza del personale a disposizione per orari prolungati oltre le 24 ore. Inoltre l'aver ribadito comunque l'unicità di un solo maestro su tutte le materie principali - eliminando anche ogni compresenza - non può che ridurre al minimo l'offerta formativa. Perché un insegnante dovrebbe farsi carico di tutte le materie con lezioni da preparare e quaderni da correggere mentre un altro si limiterebbe ad assistere quegli scolari parcheggiati al pomeriggio (tra l'altro neppure sempre gli stessi)?
Ha un bel indicare Frabboni i Freinet e i Ciari pilastri dell'educazione. Mi è capitato nel corso di troppi anni di citarli a docenti che mi guardavano con lo sguardo assente di chi non ne ha mai sentito parlare. Anche Don Milani è conosciuto più per sentito dire che per diretta frequentazione dei suoi scritti. Abbiamo asili nido e scuole materne comunali d'eccellenza, grazie a passati investimenti in aggiornamenti con Loris Malaguzzi e i suoi discepoli, ma nei dintorni non mancano asili dove si assegnano giornalmente stelline di merito da consegnare ai genitori. Rossa a chi e stato «cattivo», verde a chi è stato «bravo», in perfetto stile gelminiano.

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21.12.08

Così si è fermata la "riforma" della scuola

La Provincia Pavese, mercoledì 17 dicembre 2008

La “riforma” della scuola fa ploff. Bugie! Nessuna retromarcia, assicura la Gelmini. L'abbiamo sempre voluta così. Sarà, né canterei vittoria nei panni di chi si è opposto. Restano infatti innescati tutti i rischi di fondo legati ai tagli delle spese. Gli unici che hanno fatto "bau" e subito si sono visti ripristinati i fondi sono Papa e vescovi con le loro scuole private. Su tutti gli altri la scure è a mezz'aria. Una cosa è certa: della "grande riforma" per il momento restano i grembiulini, magari anche quelli lasciati alla discrezionalità delle singole scuole. Il maestro unico, confermato sulla carta, salta nei fatti. Rimarrà là dove già era. A richiesta dei genitori resteranno invariate le 27 ore (un maestro più cinque ore considerando che, per contratto, le ore frontali degli insegnanti elementari sono 22+2 dedicate ad altre incombenze). 27 ore fanno quasi un maestro e un quarto (e uno o due rientri pomeridiani per gli alunni, a seconda se al sabato si sta a casa o meno), poi ci sono le 30 ore (un maestro e mezzo scarso, due o tre rientri pomeridiani) e le 40 ore (tempo pieno classico con due docenti per una classe - sarà dura ottenere, come vorrebbe la ministra, che uno sia prevalente rispetto all'altro). Calcoli a spanne senza contar le mense il cui problema resta aperto. Le assistenze in mensa sono considerate, giusto o sbagliato che sia, ore frontali d'insegnamento. Toglierle agli insegnanti per ridurne il numero significherebbe assumere personale esterno (Pagato da chi? Dal Comune). Dunque, per il momento, dopo tanto fracasso, tutto resterà invariato. Anche della riforma delle superiori si parlerà tra un anno. Immutate le condizioni negli altri ordini di scuole.Rinvii strategici. Il cavaliere, con l'Onda, ha perduto consensi. Altri ne ha persi con la storia dell'Iva a Sky e Tremonti che gli ha impedito la retromarcia. Doveva pure recuperare un po' sulla scuola, lasciando le cose come stanno e cercando di vendere il tutto, mediaticamente, come una grande miglioria a vantaggio delle famiglie, finalmente libere di scegliere. I problemi si porrebbero a Tremonti se davvero tutti i genitori optassero per il tempo pieno. Allora altroché tagli degli organici e risparmi: si dovrebbero assumere nuovi insegnanti. Ma niente paura; nella realtà sono le scuole a proporre le offerte formative in base agli organici disponibili. Questo significa che le tanto declamate libere scelte, ben che vada, si ridurranno all'esistente. Per ora. Poi si vedrà. Se non altro così si fiaccherà la protesta. I benpensanti potranno dire: "Visto? Sempre lì a reclamare predicendo catastrofi e invece..."

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27.9.08

Scuola, i grembiulini made in Pavia? Che idea!

La Provincia Pavese, giovedì 25 settembre 2008

Maestro unico, grembiule unico, pensiero unico. Finalmente un po’ di sano egualitarismo. Era ora che qualcuno ci pensasse seriamente. Dobbiamo essere grati, in sede nazionale, all’avvocatessa lombardo-calabra Maria Stella Gelmini, ministro dell’istruzione e, in sede locale, all’assessore provinciale della Lega, Angelo Ciocca (per fortuna, dopo gli spot elettorali, il Cavaliere, impegnato ad evitare che qualche “toga rossa” gli condanni Mills, l'uomo da seicentomila dollari, non ci pensa proprio ad abolire quella benefica istituzione per i funzionati di partito che sono le provincie). Il Ciocca dunque, preoccupato dalla mancanza d’uguaglianza allignante nelle italiche scuole, ha avuto una geniale pensata. Grembiulini uguali, e a prezzo politico, per gli alunni della provincia di Pavia. Cos’è tutto questo disordine? Come si può permettere alle maestre di decidere se adottare o meno il grembiulino o, addirittura, sceglierne fattura e colori. È o non è l’Italia in generale, e la Lombardia in particolare, capitale mondiale della moda? Sono o non sono superiori a tutti, i nostri stilisti? Si scateni la fantasia, senza però dimenticare quanto è bello il verde delle nostre valli, gialla la polenta e lucente l’armatura d’Alberto di Giussano. Si faccia un concorso e vinca il migliore. Qual è quel genitore che non sarà ben felice di sborsare almeno dieci euro per un grembiule firmato da uno stilista? Un vero affare! L’assessore calcola una commessa superiore a ventimila grembiulini. Un business da far gola a chiunque. Dieci euro a grembiulino, per i meno abbienti, fanno, minimo, duecentomila euro. Poi tutti ‘sti grembiuli, in tessuto da non stirare per andare incontro alle esigenze materne, li facciamo confezionare alle industrie tessili della Lomellina - in sofferenza per quei cinesi più invadenti delle zanzare - o, meglio ancora, all’Arsenale pavese, 22° stabilimento Genio Militare. Tutti in fila per tre. Serrare le righe. Avanti marsc! Destr-sinistr, destr-sinistr, destr-destr-destr…

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2.9.08

La chiamano riforma ma è un'altra burla

La Provincia Pavese, 2 settembre 2008

Strano ministero quello dell'istruzione. Va a finirci quasi sempre qualcuno che di scuola sa poco o niente. Moratti (Brichetto Letizia) laurea in Scienze Politiche, collaboratrice di Murdoch (il tycoon internazionale di stampa e tv). Fioroni, dottor Giuseppe, medico, ma in realtà scout, sindaco di Viterbo a trent'anni, uomo d'apparato di stampo democristiano a tutto tondo. Ora questa Mariastella Gelmini, bresciana, con laurea in giurisprudenza ed esame per l'esercizio della professione, svolto a Reggio Calabria.Il Cavaliere, che nella miglior tradizione caligolesca può far senatori anche i suoi cavalli - oltre ai suoi avvocati - non ha esitato a farla ministro. Fulminante carriera per una appena trentacinquenne. E poi dicono che i giovani non trovano lavoro! Vero è che poco importa se un ministro non sa nulla di quello che amministra. A farlo ci pensano i burocrati di palazzo, passati indenni da una maggioranza all'altra, specialisti nell'arte di cambiare tutto perché nulla cambi. Infatti la scuola media superiore, tra sussurri e grida, resta ferma alla riforma Gentile, piaccia o non piaccia, ed è lo sfacelo di impostazione pedagogica e programmi che è (ferma restando la bravura di pochi, ottimi insegnanti). D'eccellenza invece era, per internazionale riconoscimento, la scuola elementare che, con il tempo pieno e il rinnovo dei programmi, una vera riforma l'aveva avuta. Poi i picconatori di destra e di sinistra, a poco a poco, l'hanno sgretolata a partire dalle fantasiose ipotesi del 2x3 (due docenti per tre classi) e 3x4 (tre docenti per quattro classi). Gli addetti ai lavori sanno di cosa parlo, per gli altri sarebbe lungo e noioso spiegarlo. Basti sapere che il tempo pieno è stato abolito non solo nella sostanza, ma anche nella forma. Se nelle elementari - almeno qui da noi - resiste una parvenza di tempo prolungato è solo grazie all'impegno degli insegnanti che si sbattono, per compiacere le famiglie, a conservare modelli ormai svuotati dalle originali motivazioni. Insomma: di riforme la scuola ne ha viste pochine anche perché ha una sua fisica resistenza istituzionale che le permette di procedere con moto inerziale, strafottendosene dei cambiamenti, accelerazioni o decelerazioni che siano. Così possono convivere nello stesso insieme scolastico enclavi ottocentesche e punte di sperimentazione avanzata senza reciprocamente disturbarsi.Il pachiderma, nel complesso, procede adagino perdendo sempre più il contatto con la società della quale dovrebbe essere "funzione educante". Dunque una riforma che punta a ristabilire il principio d'autorità con voti in cifre (voto in condotta incluso), esami a non finire (compresi quelli di riparazione), bocciature, grembiulini, maestro unico e chi più ne ha ne metta per un bel salto nel passato, fa solo ridere. Non soltanto per l'inaudito coraggio di chiamarla riforma, ma proprio per la totale assenza di presupposti culturali. Chiunque abbia qualche conoscenza pedagogica sa come non siano questi gli elementi sui quali si fonda la credibilità di un sistema educativo. Purtroppo la pedagogia, così come la scienza e la tecnologia, sono sempre state le grandi assenti della nostra scuola. A lungo si è potuto diventare insegnanti senza alcuna competenza psico-pedagogica e anche questo forse è uno dei motivi per i quali viviamo in una nazione dove i lettori sono meno di un terzo della popolazione. Per un italiano in grado di leggere comprendendo il significato di quanto va compitando ce ne sono due dei quali uno è analfabeta e l'altro rischia di ridiventarlo. In queste condizioni parlare di riforma nei termini in cui si parla ha della burla.

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16.1.05

CIAO, SIGNOR MAESTRO!

copertina libroCopertina di La mia scuola. Chi insegna si racconta, Enaudi, Gli struzzi, To, novembre 2005 (cur. Chiesa D., Trucco Zagrebelsky C.)

Gli insegnanti di tutta Italia - a partire da esperienze personali, dalla vita quotidiana in classe - raccontano cosa significhi oggi insegnare: tra difficoltà, riforme, molte frustrazioni e qualche gioia. Grazie a un'iniziativa promossa nelle scuole, dal sito web della casa editrice Einaudi e da "La Stampa", docenti di tutta la Penisola hanno fatto pervenire i propri racconti in prima persona. Il risultato è un ritratto corale della scuola dei nostri giorni, dal Nord al Sud. internetbookshop

A questo libro ho dato anch'io il mio contributo con il racconto "Ciao, signor maestro" che riproduco.

Il primo posto di ruolo l’ho avuto in un paesino di quattro case, una grande stalla e un’osteria, sprofondato nella pianura ai margini della città. Da casa mia, in città, ci arrivavo in auto in venti minuti anche con la nebbia ed era come entrare in un altro mondo. In città c’erano i fascisti e i comunisti e in mezzo, potente e inamovibile, la DC. Nati democristiani temevamo, (sciocchi!) di morire democristiani.
Giovani estremisti di destra e di sinistra se le davano di santa ragione forse aspirando, nella loro giovanile confusione, a cose non troppo diverse gli uni dagli altri. Ma questo lo si sarebbe capito soltanto molto più tardi. Allora c’era la politica come passione e il sindacato come necessità. Si credeva nella “lotta di classe”.
In fondo era tutto più semplice: padroni da una parte, operai dall’altra. Non a caso Mastronardi, il maestro di Vigevano, raccontava in che modo a scuola si scambiavano i figli degli operai con quelli pregiati dei padroni scarpari, come figurine.

«Ciao signor maestro». La scuola era uno stanzone al piano terra su un corridoio vuoto. La nostra era l’unica classe, una pluriclasse. Le finestre sul retro spaziavano nei campi oltre un cortiletto cintato. Ero riuscito a farmi dire “ciao” ma il “signor” restava. Graziella però s’aggrappava e mi dava un bacio sulla barba d’ordinanza da Gesù Cristo. Graziella era la più piccolina sei anni mal contati, un peperino minuto con due spazzolini di codini sopra le orecchie. La sola a far la prima tra gli undici alunni. La sfida per il neomaestro: saprei mai insegnarle a leggere e scrivere? In seconda erano in quattro, tre bimbette e un maschietto. Due in terza, uno in quarta e tre in quinta. In tutto quattro “uomini” (cinque con me) e sette “donne”.

La ragazza della quinta, una quattordicenne dolce e pacata, era davvero un donnino. Con lei due fratelli: il più giovane sveglio come un furetto, in seconda; il più vecchio, dinoccolato e un po’ ombroso, ancora in quarta pur avendo già una quindicina d’anni. Abituata a far da mamma con il suo buonsenso mi ha dato una mano a gestire la situazione tutte le volte che si complicava. Più che una alunna è stata un’aiutante preziosa. Era lei a tenere un po’ d’ordine in classe e a caricare la stufa di legna nelle fredde mattinate invernali. Lei accudiva i piccoli quando frignavano e sempre lei teneva a freno le imprevedibili intemperanze del fratello maggiore.

C’era una grande stufa di ghisa in mezzo all’aula a riscaldarci quando fuori nevicava fitto e poi gelava. Altro che seiduesei! [1] La bidella si vedeva di rado. La mattina ci faceva trovare l’aula pulita e la stufa accesa, ma quando arrivavo io lei non c’era già più, probabilmente impegnata in qualche altra occupazione. Era Maria – si chiamava Maria la mia quattordicenne, un nome d’altri tempi – a tenere buoni tutti fino al mio arrivo, se tardavo un po’. Io, da sempre abituato ai termosifoni, ne mettevo troppa di legna nella stufa, fino a farla diventare incandescente e allora i pomelli delle guance, già per conto loro tendenti al rosso, si accendevano ancor di più. In particolare quelli di Patrizia che faceva seconda e aveva occhi grandi color del mare e trecce bionde come il grano maturo.
Dopo la merenda delle dieci e mezza si andava tutti fuori in cortile a fare a palle di neve e, se c’era il sole a sciogliere un po’ il ghiaccio, gli alberi sgocciolavano nell’azzurro terso. Era una meraviglia e si faticava a rientrare. Bagnati fradici ci raccoglievamo intorno alla stufa rovente con le scarpe che fumavano. Io leggevo qualche storia di Rodari tra l’attenzione generale. Leggendo, disegnando e chiacchierando arrivavano le dodici e mezza senza che ce ne accorgessimo.

Nelle giornate migliori – a scuola non tutte le giornate sono uguali – sembrava quasi un peccato smettere e quando dicevo «È ora ragazzi, a casa!» mi rispondevano in coro «Nooo… di già?!»
Le mie preoccupazioni pedagogiche non erano eccessive. L’attività didattica si concentrava nelle prime due ore. Mi ero procurato risme di carta e fogli da pacco, pennarelli di ogni misura, pastelli ad olio e a cera, pennelli e tempere e anche un ciclostile ad alcool per fare un giornalino in stile Célestine Freinet. Nessuno rimaneva a lungo senza sapere cosa fare. Distribuivo le schede preparate in base alle necessità individuali o di gruppo. Le battevo sul computer dell’epoca, una gloriosa Olivetti “lettera 22”, macchina da scrivere portatile. Permettevo sempre che si aiutassero reciprocamente. Io passavo tra i banchi, raggruppati per formare tavoli, a dare una mano.

Graziella, con il privilegio dell’ultima arrivata, si arrampicava sulle mie ginocchia si accomodava per bene e lì, ben protetta, imparava i rudimenti della lettura e della scrittura con un metodo rigorosamente globale. Ho avuto fortuna perché era lei molto in gamba e nessuno l’aveva ancora rovinata con le “letterine” a pappagallo “a bi ci di…” che non si leggono così, ché “ho fatto un giro in bici” diventerebbe “accao effeatitio uenne giierreo ienne biicii”. Dopo Natale leggeva e scriveva senza intoppi pure senza aver composto nessuna natalizia lettera-incubo come quella che il mio maestro aveva fatto stendere a me. Decine di volte l’avevo riscritta tra lacrime e rimbrotti prima che gli sbaffi d’inchiostro diventassero presentabili per il pranzo di Natale.

Fin da allora sapevo, per averlo letto da qualche parte, che i bambini imparano a leggere e a scrivere comunque, nonostante gli insegnanti, a meno che non abbiano problemi particolari. Con l’esperienza ne ho avuto conferma così come del fatto che è l’apprensione degli adulti il peggior fattore ritardante dell’apprendimento. Anche parolacce come dislessia e discalculia, terrore degli insegnanti consapevoli, il più delle volte vengono superate da chi ne soffre seguendo ignote vie mentali, diverse da quelle battute dai più, a patto che ci siano tempi adeguati, non dettati dalla presunta rigidità dei programmi.


Fresco vincitore di concorso e fresco di studi, mi rendeva felice il facile successo. Per la prima volta avevo la sensazione di aver insegnato davvero qualcosa a qualcuno.In realtà non ero all’esperienza iniziale. Prima del concorso, avevo vagato tre anni in scuole medie sperse tra le viti dell’oltrepò e le risaie lomelline.


Intanto era arrivata l’820, la legge istitutiva del tempo pieno, quella abrogata lo scorso anno dalla nostra ineffabile Moratti che a sentirla duettare in TV col suo compare e superiore sembra averlo istituito lei il tempo pieno e non abolito. Con i direttori di nuova nomina si ragionava in sintonia pedagogica. Uno di loro, più tardi diventato provveditore, invitò me e la mia compagna a organizzarne uno nuovo nuovo, “sperimentale”. Tempo pieno voleva dire scuola aperta tutto il giorno, eliminazione della figura del “maestro unico”, compresenza tra docenti in base alle diverse competenze, laboratori, attività di gruppo, individualizzazione dell’apprendimento per chi ne aveva bisogno, rispetto dei ritmi biologici infantili, alternanza di gioco e lavoro in un clima di mutua collaborazione. Contrariamente a quel che si crede non c’era lassismo, c’era entusiasmo. Era recente l’insegnamento di Don Milani e la sua scuola di Barbiana. Einaudi pubblicava i libri di Mario Lodi. Umberto Eco scorazzava l’Italia con i suoi pamphlet contro le idiozie dei libri di testo. La scuola era in auge, insegnare tornava ad essere un lavoro dignitoso, ancorché mal pagato. La figura “missionaria” e francamente patetica della “maestrina dalla penna rossa” finalmente sbiadiva. Alle spalle si sentiva il “movimento”. Per dirla con le parole di Musil “Era passato qualcosa come quando molti alberi si piegano sotto una stessa ventata; uno spirito di setta e di riforma […] una piccola resurrezione come ne possono avvenire soltanto nei tempi migliori”.

Da allora, per un trentennio il tempo pieno è stato il mio territorio e mi sono opposto quando qualcuno ha cercato di trasformarlo in “tre per due” e “quattro per tre”, formule per nascondere tagli di personale scolastico. Ho sempre usato l’adozione alternativa dei libro di testo utilizzando i fondi, come permette una legge poco usata, per ampliare la biblioteca di classe. Mi sono aggiornato a mie spese prima insieme agli amici del Movimento di Cooperazione Educativa e poi in ogni altro modo possibile. Sono tornato in università a varie riprese per rinnovare le mie conoscenze. Ho sempre fatto parte di tutti gli organi collegiali possibili dal consiglio d’istituto al consiglio scolastico provinciale. Sono stato uno di quei rompipalle che quando prendono la parola in collegio docenti tutti si segnano perché «Uffa! Anche oggi non si va più a casa…». Conosco la scuola in tutti i suoi pregi e difetti. So quanto è cambiata nel tempo e quanto sono cambiato io con lei.
La scuola che ho vissuto non è quella del burnout degli insegnanti anche se capisco perfettamente chi ne è vittima. Non mi sono spento nella routine del ripetere sempre le stesse cose. Ho dedicato energie a lottare contro i mulini a vento e inaspettatamente ho ricevuto gratificazioni anche se non di carattere economico. Sarei morto nella noia se non avessi cercato stimoli di cambiamento. Così sono passato insieme ai miei ragazzi e ai colleghi che hanno voluto seguirmi dal cinema in superotto alle proiezioni in sedici millimetri, dalle telecamere semicieche della prima generazione alle prestazioni digitali, dalla fotografia in bianco e nero sviluppata nella magia della camera oscura alla manipolazione delle immagini con i Mac e gli Amiga, alla multimedialità, alla costruzione di siti e all’e-learning.

Questa sbrodolata per dire che non mi sono fermato alle barricate parigine del ’68 che, è stato scritto, dovevano essere lunghe come la muraglia cinese per ospitare tutti quanti affermano di esserci stati. Negli ultimi dieci anni mi sono occupato di TIC [2] e didattica. La nostra scuola ha un sito Internet tra i più funzionanti, edifici cablati, risorse condivise in rete Lan e oltre un centinaio di computer, sparsi tra aule e laboratori, per circa ottocento alunni. So benissimo che l’informatizzazione ha un senso solo se viene usata e non è facile far breccia in certe mentalità docenti. Ma se ho potuto spingere in questa direzione è perché ho trovato dirigenti e colleghi capaci di lavorare con il mio stesso entusiasmo.
Non è vero insomma che la scuola pubblica è soltanto quella dei muri sbrecciati, dei cessi rotti, degli infissi cadenti proposta dalla televisione. Ho conosciuto splendidi insegnati nel corso del tempo in innumerevoli convegni. Molti mi hanno fatto schiattare d’invidia perché sanno fare cose che io non mi sogno neanche. Altri sono capaci di un rapporto con i loro ragazzi così ricco come raramente sono stato in grado d’instaurare.
Non ne ricordo uno di scuola privata, anche se sicuramente ce ne saranno.

Personalmente ho fatto errori pedagogici e comportamentali per i quali, proprio perché ne conosco la portata, volentieri mi schiaffeggerei. Va messo in conto: si sbaglia spesso, anche sapendo di sbagliare. Mi sono cimentato in parecchie imprese, ma stranamente la mia area è stata quasi sempre quella matematica. Non ne sapevo quasi niente: i miei studi hanno provenienze umanistiche e mi è costato fatica darmi una preparazione in questo settore. Si è trattato con ogni probabilità di un’altra sfida e un’altra verifica pedagogica. Ho imparato molto insieme hai miei alunni proprio perché sapevo poco e il metodo per capire dovevo applicarlo anche su di me. Nella matematica razionalità, fantasia e gioco si mescolano in maniera imprevedibile. Osservare gli alunni crescere nel corso dei quinquenni e vederli divertirsi nell’uso di procedimenti logici fino a diventare, talvolta, più bravi di me è stata un’altra notevole soddisfazione.

Mi accorgo di essere ormai alla quarta cartella e non ho detto quasi niente di quanto avrei voluto. Poco male. Un’impresa collettiva di scrittura, è un po’ come “l’intelligenza collettiva” di cui parla Pierre Levy a proposito della conoscenza che viene condivisa nelle comunità virtuali sul WEB. La collezione degli interventi esaurirà tutte le posizioni possibili. Non vorrei però aver dato una visione idilliaca del mestiere di insegnare. Checché se ne dica nella scuola i carichi di lavoro sono aumentati e il valore d’acquisto degli stipendi si è ridotto. Il prestigio sociale degli insegnanti è ai minimi storici. I genitori hanno sempre più pretese in misura inversamente proporzionale alla capacità di condurre relazioni corrette con i figli. Precarietà, conflitti con colleghi e dirigenti, insicurezza circa il proprio ruolo nella società determinano ansie difficilmente placabili. Scarsa preparazione didattico-pedagogica-psicologica, indipendentemente dalle cognizioni specifiche nelle materie insegnate, causano difficoltà insanabili nel controllare la qualità del rapporto docente-discente. Non c’è di che meravigliarsi se l’insegnamento è considerato una attività di ripiego. Eppure questo “mestiere” mi ha dato più tempo per leggere e pensare. Ho potuto anche “riciclarmi” in base agli interessi, riguardassero la letteratura, la comunicazione audiovisiva o l’informatica. Ho accumulato conoscenze, spesso inutili perché non richieste, ma appaganti la curiosità. Così mi è stato permesso di capire molto più di quanto accada ad altri lavoratori della mente.

Avrei voluto scrivere di Antonio un tredicenne con lo sguardo da uomo che, appena arrivato, vagava indesiderato nei corridoi affidato alle cure di una insegnante di sostegno. Non sapeva né leggere né scrivere. Far di conto si, pur senza aver frequentato un giorno di scuola, avendo lavorato dall’età di sei anni nei mercati del sud. Approdato nella mia classe attraverso la porta aperta sul corridoio è rimasto con me due anni seguendomi anche in uno spostamento di plesso da una parte all’altra della città. Ha imparato quel tanto sufficiente a fargli superare la quinta elementare, frequentare poi le 150 ore e diventare un combattivo lavoratore.
O scrivere di una decenne napoletana consapevole dei sui diritti al punto di trasformare in pochi mesi un gruppetto di coetanee abbastanza timide e sottomesse in agguerrite femministe capaci di tener testa anche ai compagni più maschilisti.
O dire di quella volta che giocando a pallacanestro schierato con i più deboli contro i più forti (sempre così accade quando le squadre se le fanno da soli) sono malamente ruzzolato a terra rompendomi tre dita e mentre me ne stavo lì in mezzo alla palestra dolorante e incredulo guardandomele pendere dalla mano qualcuno dietro di me ha protestato: « …e allora maestro, quando ricominciamo!»
Cento altri episodi tornano alla memoria, ma è finito lo spazio. Ciao a tutti ragazzi!



[1] Ddl 626/94. Norme per la sicurezza e la salute negli ambienti di lavoro.
[2] TIC: tecnologia dell’informazione e della comunicazione [N.d.R]

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